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C A S A T E R R A
La memoria di un viaggiatore trasforma i luoghi. Può ricordarli come meglio crede perché il passaggio consente un privilegio: raccogliere il meglio o il peggio, concentrarsi su un particolare o attraversare incurante lo spazio, lasciandosi guidare dall’attrazione e dal movimento. Trasformare. Non nel senso di tradire la realtà, ma di farne parte e attraversarla nella forma, perché è partecipando alla sua mutazione che si viene mutati. Questo per me è stato, ed è Casaterra. Questo è il suo luogo nello spazio, cioè lo spazio della mia memoria, che poi è l’unico strumento di cui dispongo per orientarmi. I luoghi accolgono o respingono, su questo il viaggiatore non può far nulla, e Casaterra, da viaggiatore, mi ha accolto per una sola, unica notte, nell’estate 2003. Viaggiavo in bicicletta e scrivevo per la Repubblica-Bari un diario a puntate. Arrivai oltre il tramonto, ma non era ancora sera, e ricordo di aver poggiato la bicicletta carica di bagagli al tronco di un albero, di essermi seduto a una panca in legno e poi di aver cenato bevendo vino rosso. Questa era la cornice: le pietre bianche dei trulli, il rosso scuro della terra, il buio della notte. Poi il suono delle parole e il soffio del vento, amplificato da un’installazione fatta di fili di nylon e bottiglie di plastica. Parlammo a lungo. Con le gambe incrociate accanto al falò, Pino mi raccontava delle lunghe passeggiate con il mulo Pinocchio: sotto i piedi aveva raccolto migliaia di chilometri lungo la costa spagnola. Ne rimasi affascinato. Anche per questo Casaterra, in me, resta un simbolo di passo e di passaggio: l’idea di viaggiare a piedi nacque quella sera, lì mi ha ghermito per la prima volta. E quando mi afferra il pensiero di prendere uno zaino e intraprendere “il viaggio”, qualunque sia la stazione geografica di questa immaginaria partenza, il luogo da cui parto resta sempre lo stesso: Casaterra. Il mio viaggio a piedi resta sospeso nella mia coscienza. E’ una promessa a me stesso che io non ho ancora esaudito: trasformazioni, appunto. Al mattino passeggiai con Pino e Tony tra le installazioni che gli artisti avevano seminato per la campagna. Il passaggio. Il segno. I pensieri che lasciano orme. Lasciare Casaterra non significava solo andar via, ma davvero lasciare qualcosa, come quella meridiana di pietra e terra che era lì di fronte a me ed era a disposizione di chiunque arrivasse. Anche questo, in me, è Casaterra: un modo eccezionale per mentire a se stessi. Creare un artificio, un sortilegio, un incantesimo: partire e lasciare qualcosa di te, continuare a viaggiare e non andare mai via, chiudere in un circolo l’arrivo e l’abbandono. In fondo l’accordo è semplice. Il contratto che questo luogo impone in cambio del tuo passaggio è antico: lasciare qualcosa di te. C’è, in tutto questo, il sapore arcaico del baratto, cioè il frutto di un incontro, di uno scambio di convenienze senza la mediazione del denaro. Uso la parola convenienza perché raramente adoperiamo il verbo convenire nel suo significato principale: venire con altri da diverse parti in uno stesso luogo. Questo succede a Casaterra: l’utile, cioè la convenienza, è nella convenienza stessa. Giorni dopo scrissi per la Repubblica-Bari un articolo di ottanta righe con tre o quattro fotografie pubblicate in bianconero. In fondo, mi dissi, anche quello era uno scambio: anche la pagina di un giornale, pensai, è un luogo di convenienza. Ma la terra è un’altra cosa. E la casa pure. Forse gli abitanti di Casaterra non ci hanno mai pensato, ma in una sola parola hanno unito due idee che da sempre portano in sé il conflitto, la lotta, il sangue: il diritto alla casa, il diritto alla terra. Penso ai migranti, ai profughi, ai richiedenti asilo, a chiunque rivendichi il diritto di cercare altrove una casa migliore e più sicura, una terra che dia frutti e non sia innaffiata dal sangue. Penso anche ai Piccoli comuni, che in Italia raccolgono dieci milioni di persone ma sono condannati allo spopolamento, paesi come Celle di san Vito, in Puglia, che conta meno di duecento abitanti, o Morterone, in provincia di Lecco, che ne conta meno di quaranta. Eppure, lì come altrove, ci sono case e terre, e gli abitanti sono costretti a lasciarle entrambe, perché vince un modello sociale che, giorno dopo giorno, ambisce a essere sempre meno provinciale e sempre più metropolitano. Penso a come questi diritti (quello alla casa, alla terra, alla migrazione) siano attuali e controversi, al proliferare delle leggi che debbono disciplinarli, ai dibattiti, ai rigurgiti xenofobi, alle crisi identitarie, alle bandiere, ai confini sui territori, ai muri innalzati intorno all’Europa, ai centri di espulsione e detenzione per gli immigrati. Gli abitanti di Casaterra, come noi tutti, appartengono a questo contesto e a modo loro ne rovesciano gli assiomi, perché, con la loro presenza, questo diventa un luogo dove è possibile meditare diversamente sull’idea di casa, rivalutare il concetto di terra e ripristinare - fino al punto di coglierne la forza liberatoria e costruttiva – il significato del convenire. Tutto ciò, come dimostra questa pubblicazione, si manifesta nell’arte. Ma non solo. Quando mi è stato chiesto di scrivere queste righe non ho potuto fare a meno di chiedermi: qual è il mio baratto con Casaterra? Ho trovato la risposta nel mio passaggio. Sono arrivato a Casaterra da viaggiatore e da giornalista: come ho già detto, la memoria di un viaggiatore, spesso, trasforma i luoghi in parole. E’ quello che ho fatto e, se lo preciso, è soltanto per un’intima e profonda convenienza.
Antonio Massari giornalista di La Repubblica
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